La legge Levi-Prodi e la fine della rete…

3 Dicembre 2007 5 commenti

 

Ricardo Franco Levi, braccio destro di Prodi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha scritto un testo per tappare la bocca a Internet. Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre. Nessun ministro si è dissociato. Sul bavaglio all’informazione sotto sotto questi sono tutti d’accordo.

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PASCUA LAMA

22 Ottobre 2007 2 commenti

Nella valle di
San Felix, l’acqua più pura del Cile scorre nei fiumi
alimentati da due
ghiacciai.

Grandissimi giacimenti d’oro, argento e altri minerali
sono stati
individuati sotto questi ghiacciai. Per arrivare a
questi
giacimenti, sarà necessario rompere e quindi
distruggere questi
ghiacciai, – niente di così folle è mai stato
concepito nella storia
del mondo, (forse sì) – e fare due grandissimi buchi,
ognuno dei quali
sarà grande come una montagna, una per l’estrazione e
l’altro
per lo scarico della miniera.

Questo progetto si chiama PASCUA LAMA.
La compagnia si chiama Barrik Gold. L’operazione è
stata pianificata da
una multinazionale della quale è membro George
Bush
padre.
http://www.barrick.com/

Il governo cileno ha approvato il progetto che doveva
cominciare già
nel 2006. L’unico motivo per cui non è ancora
cominciato è perché i contadini hanno ottenuto una
sospensione dei
lavori. Se distruggono i ghiacciai, non distruggono
solo questa
speciale fonte d’acqua pura, ma inquineranno anche i
due fiumi, così
che non saranno più adatti al consumo sia umano che
animale dovuto al cianuro e all’acido solforico usato
nel processo di
estrazione.

Tra l’altro tutto l’oro che sarà estratto verrà
inviato tutto alla
multinazionale straniera e non ci sarà nessun guadagno
per la gente
che vive in questi luoghi. A loro resteranno l’acqua
avvelenata e le
conseguenti malattie.

I contadini hanno abbastanza tempo per lottare per la
propria terra,
però non hanno potuto usufruire della televisione
perché il ministero
dell’interno lo ha proibito. L’unica speranza
per
bloccare questo
progetto è ottenere l’aiuto della Giustizia
Internazionale. Il mondo
deve sapere quello che sta succedendo in Cile.

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8 Settembre – Vaffanculo Day

26 Agosto 2007 11 commenti
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Come avere la benzina a metà prezzo?!

21 Luglio 2007 1 commento
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Habemus Papam!

26 Maggio 2007 3 commenti


Si parla molto in questi giorni di preti pedofili, sembra che Santoro abbia comperato un filmato scioccante dalla Bbc che parla del fenomeno in Irlanda e la questione sta scatenando polemiche a non finire sull’attendibilita’ del documentario e di tutto lo scandalo in generale. Quello che piu’ sconvolge l’opinione pubblica e’ la copertura dei colpevoli da parte del Vaticano. Copertura che ha radici lontane e che ha mostrato le prime crepe quando nel 1983, dopo 24 anni di discussione, fu pubblicato l’attuale Codice di Diritto Canonico: tra i molti cambiamenti rispetto al codice precedente del 1917, vi era la rimozione dell’articolo 119 che riguardava la gestione in proprio, da parte della Chiesa cattolica di Roma, dell’amministrazione della giustizia, a meno che i tribunali civili non avessero ottenuto un permesso speciale. Dopo due anni dall’abrogazione di questo codice, e quindi del permesso speciale, il vaso di Pandora era stato scoperchiato. Nel giro di 10 anni il prezzo pagato dal Vaticano per gli abusi sessuali e’ diventato devastante da tutti i punti di vista. Soltanto negli Stati Uniti, a partire dal caso Gauthe scoppiato negli anni ’80, supera il miliardo di dollari in spese giudiziarie e risarcimenti alle vittime. Qual era la modalita’ della Santa Sede per quanto riguarda gli abusi sessuali degli ecclesiastici? Si tratta di un sistema segreto, addirittura risalente al XVII secolo, quando il fondatore dei Piaristi, padre Joseph Calasanz, vieto’ che le violenze sessuali sui bambini divenissero di pubblico dominio. Uno di quei pedofili, padre Stefano Cherubini, appartenente a una famiglia vaticana ben introdotta, fu cosi’ bravo a coprire i suoi misfatti che divenne persino capo dell’ordine. Ci vollero 15 anni di proteste sollevate contro di lui e contro gli insigni esponenti dell’ordine stesso prima che Papa Innocenzo X si decidesse ad agire, ordinando la chiusura temporanea dell’istituzione. Il sistema segreto prevedeva una sorta di "promozione per fuggire" che e’ stata la modalita’ usata dal Vaticano fino a pochi anni fa: i preti in odore di pedofilia venivano spostati dalla loro parrocchia per andare a fare danni in un’altra citta’. Che il prete colpevole dovesse essere trasferito e’ un sistema ben spiegato in un documento intitolato "Istruzioni sul modo di procedere in casi di istigazione", pubblicato dal Santo Uffizio con l’approvazione di Papa Giovanni XXIII, nel 1962, dove si prevede che il presunto colpevole deve "essere trasferito ad altra sede, a meno che l’ordinario del posto non lo impedisca". Ma non basta: sia il colpevole sia la vittima devono rispettare il "silenzio perpetuo", pena la scomunica e quindi "il giuramento di segretezza deve essere reso in questi casi anche dagli accusatori o da coloro che denunziano il sacerdote e dai testimoni". E, opla’, il gioco e’ fatto. Da quel momento la frase di Gesu’ "lasciate che i pargoli vengano a me" ha cominciato ad avere un significato sinistro. David A. Yallop e’ l’autore di un libro che vent’anni fa fece molto scalpore. Si tratta di "In nome di Dio", un testo che svelava i retroscena della morte di Papa Luciani. Dopo la sua pubblicazione nessuno ha piu’ pensato che la morte del Papa fosse stata una tragica fatalita’, troppo circostanziate e documentate le indagini di Yallop. L’anno scorso Nuovi Mondi Media ha pubblicato un altro libro di Yallop che riprende il discorso da dove l’aveva lasciato: Habemus Papam – Il potere e la gloria: dalla morte di Papa Luciani all’ascesa di Ratzinger. In questo nuovo testo Yallop, tra gli altri argomenti trattati, racconta in un capitolo lunghissimo lo scandalo dei preti pedofili. Racconta dei casi piu’ eclatanti, delle cifre astronomiche pagate dalla Chiesa di Roma per risarcimenti e spese processuali… E non si tratta solo di un fenomeno statunitense, casi di preti pedofili sono arrivati alla cronaca in tutta Europa, nel Sudamerica… un fenomeno che ha conosciuto la globalizzazione molto prima che si inventasse la parola.

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Il mondo secondo Fo

24 Aprile 2007 5 commenti


“Ho ottant’anni ma ne ho vissuti almeno centocinquanta. Se poi calcolo quelli di Franca, alla fine in due facciamo circa tre secoli. Un arco di tempo lunghissimo racchiuso in due sole vite, perche’ quegli anni sono stati tutti, non uno di meno, belli e intensi. I mesi duravano 60 giorni, i giorni 48 ore… Si’, di vite noi due messi insieme ne abbiamo vissute davvero tante.”

Ottant’anni o centocinquanta, poco conta. Dario Fo e’ e resta Dario Fo. Il poer nano e l’artista irriverente, il buffone e il Nobel, l’attore, il pittore, il drammaturgo, lo storico dell’arte, il rivoluzionario, il politico, lo scavezzacollo, il marito ad oltranza e il fedifrago, il miscredente e il curioso del sacro… Ottant’anni. Troppo pochi per tante vite.

“Difatti ho ancora molto da fare” assicura lui. Il carnet e’ fitto di impegni lunghi da qui a qualche secolo: la battaglia per un mondo migliore, per un pianeta meno violentato, per citta’ piu’ a misura di uomo e di natura… “E poi c’e’ da rimboccarsi le maniche per i diritti civili, nostri e di chi arriva da lontano chiedendo solo di lavorare da noi. E per cercare finalmente di mettere a segno un buon governo, o almeno un governo decente. C’e’ da scendere in piazza contro la guerra. Che non previene e non bonifica mai niente, che non si fa mai per liberare gli oppressi, ma sempre per sostenere qualche altro oppressore. C’e’ da lottare contro le armi, che non sono mai intelligenti, ma sempre terribilmente ottuse, violente, crudeli, proprio come quelli che le propugnano. C’e’ da stare in guardia contro fanatismi, intolleranze, terrorismi. Che mai arrivano da una parte sola e che spesso, la storia insegna, sono strategicamente funzionali per un potere in crisi, pronto persino a sovvenzionare bombe e bombaroli pur di salvarsi la poltrona. C’e’ da battersi per una scuola, una cultura, un’informazione degne dei loro nomi, perche’ queste sono le uniche e vere strade per una democrazia di fatto. Non a caso le piu’ boicottate e vilipese da chi invece ha tutto l’interesse a tenere la gente sottomessa, ottenebrata, rimbesuita. C’e’ da gridar di sdegno per una sanita’ che esclude i piu’ deboli, per un mondo del lavoro che lascia fuori sempre i piu’ giorvani.”
L’elenco continua. (…)

Ma come fa ad avere tutta questa energia?
“Il fatto e’ che a me la vita piace. E tanto. Mi diverto troppo a vivere, sono curioso di tutto, vorrei poter andare a frugare in ogni angolo dell’esistenza. Che con me e’ stata generosa in modo quasi esagerato. La vita mi ha dato davvero tutto, al di la’ di qualsiasi aspettativa. Ho potuto realizzare i miei sogni e anche di piu’. Sono stato amato, ho amato. Da circa mezzo secolo ho al mio fianco una donna straordinaria, e un figlio, Jacopo, di cui vado fiero. Come ciliegina sulla torta ho pure vinto un Nobel, e mi hanno dato una laurea alla Sorbona…”

(…)
… Mamma Fo… “Era ironica la Pina. Speciale, persino un po’ strega. Ricordo che ero ancora agli inizi di carriera, ai primi successi sulla scena, e lei, entusiasta, gia’ aveva decretato in famiglia: ‘Par mi quel li’ el vince el Nobel!’ Per riportarla con i piedi per terra, mio fratello Fulvio le aveva spiegato che per vincere il Nobel bisognava essere letterati, mica andar per teatri. ‘E Pirandello, allora?’ aveva ribattuto lei. ‘E’ un uomo di teatro o no?’

Quel Nobel dello scandalo
(…)

“Il Mondo secondo Fo” e’ una conversazione che Giuseppina Manin, giornalista del Corriere della Sera, ha raccolto per Guanda Editore.
Ciò che avete letto è uno stralcio del libro.

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1 Aprile 2007 2 commenti
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APPELLO CONTRO LE GUERRE

28 Febbraio 2007 2 commenti


Ho ricevuto questo intenso appello che chiede al governo di rivedere al più presto la politica estera del nostro paese: ci vuole un coraggioso no alla guerra in Afghanistan e alla base Dal Molin di Vicenza. L’appello è promosso da Teresa Mattei – Partigiana e membro della Costituente, Padre Alex Zanotelli, Vauro – Emergency e giornalista, Giorgio Cremaschi, segretario nazionale FIOM-CGIL e Mauro Revelli, scrittore. In queste ore stanno aderendo molti intellettuali e personalità del mondo dell’arte e delle scienze. Se lo condividete, vi chiedo di sottoscriverlo inviando il vostro nome, cognome e professione all’indirizzo mail "nobasenoguerra@gmail.com". E’ necessario manifestare il nostro dissenso, e quindi importante diffondere questo messaggio, farlo firmare a più persone possibili, affinchè diventi un coro di voci per la pace e la fine di tutte le guerre. Siamo donne e uomini impegnati da sempre per la pace. Abbiamo marciato in questi anni nelle straordinarie manifestazioni contro la guerra globale divampata in Iraq ma nata nel 2001 in Afghanistan. Lo abbiamo fatto nella convinzione che la guerra deve uscire dalla storia e che la politica si riduce a gestione tecnica se non fa di questo obiettivo, di questa grande aspirazione umana la sua bussola regolatrice. Quando nel 2006 abbiamo contribuito, ciascuna e ciascuno nel suo ambito e con le modalità proprie, a sconfiggere Berlusconi e le destre lo abbiamo fatto anche in nome della pace di quell’impegno, con la speranza che si sarebbe potuto iniziare a cambiare strada. Il ritiro dei soldati italiani dall’Iraq ce lo ha fatto sperare. E invece oggi guardiamo con sconcerto alle scelte dell’attuale governo in politica estera e militare: mantenimento delle truppe in Afghanistan, al seguito della guerra statunitense. Piena fedeltà alla Nato, aumento spropositato delle spese militari fino alla sciagurata decisione di permettere la costruzione di una nuova base (e non allargamento!!) Usa a Vicenza; intesa di assemblare in Italia, presso Novara, i micidiali bombardieri Joint Strike Fighter, acquistati dagli Stati Uniti per la bellezza di 13 miliardi di euro! La costituzione dice che l’Italia ripudia la guerra e che per di più siamo in Afghanistan come missione di pace. E allora che cosa ce ne facciamo di aerei d’attacco e distruzione che possono trasportare testate atomiche? Bisogna fermarsi, fermarsi e riflettere. Bisogna ricostruire una connessione con il proprio popolo e il proprio elettorato. Crediamo che la sacrosanta protesta della popolazione di Vicenza vada non solo sostenuta ma ascoltata e indurre il governo a cambiare idea. Così come crediamo che l’avventura senza ritorno della guerra in Afghanistan debba cessare. Invitiamo il governo e i politici tutti ad ascoltare queste parole e invitiamo i deputati e i senatori che hanno creduto alla lotta per la pace di essere conseguenti con le loro idee votando no al rifinanziamento della missione in Afghanistan. Se qualcuno pensa che dalla base di Vicenza debbano partire le forze d’azione per ogni tipo di guerra mediorientale ed esportare "un cimitero di pace e democrazia"in cambio di petrolio e di quotidiani massacri, noi pensiamo che dalla guerra bisogna invece cominciare a uscire. On.Teresa Mattei- Partigiana e membro della Costituente, Padre Alex Zanotelli, Vauro – emergency, giornalista, Gianni Minà – giornalista, Giorgio Cremaschi – segretario nazionale FIOM – CGIL, Marco Revelli – scrittore HANNO ADERITO Beppe Grillo – Partigiano della Comunicazione Moni Ovadia – attore e autore, Mario Monicelli – regista, Giulietto Chiesa – giornalista europarlamentare, Silvano Agosti- regista, Paolo Rossi – attore, cantante, autore Valentino Parlato- giornalista, Dario Fo- Premio Nobel per la letteratura, Jacopo Fo – scrittore, Stefano Benni – scrittore, Stefano Tassinari – scrittore, Manlio Dinucci – saggista, ….e tanti altri…

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FERMATE GEORGE BUSH, IL PICCOLO NERONE CHE VUOLE IL SUO VIETNAM

14 Gennaio 2007 4 commenti


Più o meno un mese fa, il 10 dicembre 2006, il quotidiano conservatore britannico The Times riportava una dichiarazione del presidente degli Stati Uniti, George Bush, che avrebbe dovuto provocare una sollevazione:
“Non mi ritirerò dall’Iraq neanche se restassero ad appoggiarmi solo mia moglie Laura e il mio cane Barney”.
Riporto di seguito l’interessante articolo del collega Gennaro Carotenuto.

Nessuno si sollevò, neanche i media così attenti a fare le pulci a quello che dicono dirigenti politici mondiali meno amati da chi governa il mondo. I pochi che devono essersi soffermati su questa dichiarazione devono averla trovata puerile, capricciosa, tragicamente frivola, di fronte a una catastrofe che, secondo alcuni calcoli, ha già provocato la morte di 650.000 cittadini iracheni. “Non mi ritirerò dall’Iraq neanche se restassero ad appoggiarmi solo mia moglie Laura e il mio cane Barney”. Cosa si può fare se l’uomo più potente del mondo è un bambino capriccioso e frivolo con seri problemi edipici?

Il presidente degli Stati Uniti, George Bush junior, ha dunque scelto la strada dell’escalation vietnamita per l’Iraq. Di fronte all’annuncio dell’invio di più uomini -già che secondo Bush stesso l’unico errore ammesso è stato aver usato troppo poco la sterminata forza militare- gli interpreti ufficiali del pensiero di George Bush, quelli che “l’America è sempre la prima democrazia del mondo”, non hanno neanche provato a difendere la scelta. Tantomeno hanno fatto autocritica, visto che quella scelta avevano difeso e appoggiato e, di fronte alle cassandre pacifiste, avevano millantato quella irachena come una passeggiata dove la gente avrebbe offerto fiori e non bombe agli occupanti. Se la sono cavata con una risposta psicologica: “Bush non vuole passare alla storia come uno sconfitto”.

Benito Mussolini, alla vigilia del 10 giugno 1940, spiegò al Maresciallo Pietro Badoglio l’attacco alla Francia con raro cinismo: “ho bisogno di alcune migliaia di morti per sedermi al tavolo della pace quale belligerante”. Il discorso di stanotte di Bush lo ricorda in maniera sinistra. Sa perfettamente che 20.000 soldati in più non cambieranno la natura e le sorti del conflitto. E’ un cambiamento cosmetico perché non ha lo spessore morale per ammettere di aver sbagliato tutto. Ha bisogno di altri morti e poi qualcun altro al posto suo lascerà Baghdad come fu lasciata Saigon dopo avere ammazzato due milioni di vietnamiti.

Da pochi giorni gli Stati Uniti sono intervenuti direttamente in Somalia. Hanno massacrato decine di civili spacciandoli per terroristi. Quei morti sono stati necessari, propedeutici e funzionali all’annuncio dell’escalation in Iraq: ?Se siamo costretti ad intervenire in uno scenario apparentemente marginale come quello del Corno d’Africa, tantomeno possiamo lasciare campo libero in Iraq?. Quello in Somalia è un intervento illegittimo, unilaterale, soprattutto imprudente, ma che serve a dimostrare, agli spettatori di Rete4 e Fox-TV, che dietro la maschera della minaccia terrorista si debba accettare tutto. L’Unione Europea ha guardato attonita all’apertura del fronte somalo. Perfino l’ascaro Tony Blair ha detto che non seguirà Bush nella nuova escalation irachena.

Tuttavia, pensare che il dramma che gli Stati Uniti stanno imponendo al mondo sia dovuto solo al piccolo Nerone George Bush, sarebbe fuorviante. John McCain, il suo più probabile successore repubblicano, è un suo fiero critico da destra: fin dall’inizio avrebbe inviato più uomini e avrebbe voluto più obbrobri. L’accusa più grave mossa dal Partito (clone) Democratico non è stata quella del crimine massimo della guerra, ma quella di aver speso male il denaro dei contribuenti e aver perso “vite americane”, come ha testualmente ripetuto stanotte il capo senatore Harry Reid usando lo stesso linguaggio, la stessa cultura politica di George Bush.

Distinguere tra ?vite americane? e ?vite altrui? è un’espressione razzista molto in voga negli Stati Uniti d?America. Quale altro dirigente politico al mondo -come invece si fa quotidianamente negli Stati Uniti- parlerebbe della necessità di sacrificare vite altrui per salvare “vite francesi”, “vite bulgare”, “vite italiane”? La stessa espressione è repellente. Eppure suona così familiare nella vita politica statunitense, viene ripresa dalla stampa senza batter ciglio, come se non fosse la manifestazione più atroce di questo nuovo arianesimo messianico che è il neoconservatorismo.

Ancora dopo l’11 settembre, se pure qualcuno dubitava dell’autorità morale degli Stati Uniti per amministrare giustizia sul pianeta intero, in pochi dubitavano sul fatto che avessero la forza militare per farlo. Oggi, dall’Afghanistan alla Somalia all’Iraq, sappiamo che da Abu Grajib a Falluja al cappio al collo di Saddam Hussein, gli Stati Uniti non solo hanno perso ogni autorità morale. Non hanno possibilità alcuna di vincere militarmente, ma possono continuare a farsi e soprattutto fare molto male. Sono lo specchio del bambino capriccioso, prepotente e frivolo che li governa e che del resto hanno democraticamente eletto.

Il cantautore Quintín Cabrera, in una delle sue ballate più popolari, canta che la cosa della quale gli statunitensi avrebbero più bisogno, per rientrare in se stessi dal loro delirio di onnipotenza, è una nuova lezione vietnamita. Bush lo sta accontentando. Ma a che prezzo, soprattutto per le ?vite irachene?, ?vite somale?, ?vite afghane? che continueranno a essere massacrate, torturate, stuprate, bombardate per coronare il sogno di bambino di George Bush junior di ?non passare alla storia come uno sconfitto?!

Generazione smarrita… il mondo dei trentenni!

14 Dicembre 2006 14 commenti


Sono nati nella speranza, quasi dei bimbi viziati, gli eredi del maggio del ’68. Oggi, hanno trent’anni. Molti di loro sono single e senza figli. La maggior parte ha finito per trovare un lavoro. Dovrebbero essere felici. Invece danno l’impressione di un immenso disincanto.
Come se le loro illusioni fossero crollate. Come se a loro fosse stato permesso tutto senza lasciare che facessero nulla, come se il loro potenziale fosse stato sprecato.
Ma perché mai sarebbero stati “sacrificati”? Chi sono i loro genitori? E loro chi sono in realtà, questi trentenni che rappresentano le forze vive del paese, il bersaglio dei pubblicitari? Qual è il loro vero volto?
Una cosa è certa, ed è che le cifre del censimento del 1999 non isolano questa fascia d’età. La fondono con altre due fasce più ampie: quella che va dai venticinque ai trentaquattro anni e quella che va dai trentacinque ai quarantanove. Dal punto di vista statistico, i trentenni non esistono. Tuttavia, recentemente è stato loro dedicato un libro, Génération 69, che li ricolloca in una precisa generazione, quella dei figli dei baby-boomer, che tutto ha preso e tutto si è tenuta.
Divertente e polemico, il libro descrive i trentenni come giovani frustrati dai loro genitori e li etichetta come una “massa di Tanguy” (dall’omonimo film di Erienne Chatiliez. Il protagonista, Tanguy, ha vent’otto anni, una laurea in filosofia e nessuna intenzione di andare via da casa, dove vive ancora con gli accondiscendenti genitori. In realtà la madre non lo può più vedere e per questo va in analisi, e il padre Paul non lo sopporta ma crede di fare un piacere alla moglie tenendolo in casa. Quando Tanguy riferisce ai propri genitori che la sua tesi salterà di un altro anno e di conseguenza anche il suo trasferimento a Pechino, questi, esausti, elaboreranno piani diabolici per riuscire a farlo andare via di casa. Inizialmente ci riusciranno ma quanto Tanguy chiede di ritornare, i genitori si rifiutano e lui fa loro causa, vincendola).
Nei loro panni ci stanno certamente male, ma la ragione di questo malessere è da ricercare piuttosto in un’infanzia e in una giovinezza vissute sotto il segno di un’onnipotenza materna e di un’autorità parentale continuamente da rinegoziare. Perché i loro genitori proprio negli anni ’60 hanno proclamato, per la prima volta con forza e convinzione, la morte dell’autorità del padre e del professore.
Si è parlato di “crepuscolo dei padri” per indicare questo periodo, che ha modificato non solo lo stile di vita, ma anche la mentalità dei giovani cresciuti in quell’epoca, dando vita a comportamenti specifici, in particolare nell’età dello sviluppo. Ma non dimentichiamolo, i trentenni sono anche diventati adulti in un periodo di crisi profonda. Molti hanno conosciuto, all’inizio della loro vita professionale, le angosce legate alla disoccupazione e alle incertezze economiche, anche se con meno intensità rispetto ai ragazzi più giovani.

E tu, trentenne che stai leggendo, ti senti smarrito?!